Mi volto a destra e a sinistra e cerco di navigare nell’unico posto dove non è necessario saper nuotare. Non è che i flutti della rete non possano inghiottirti, ma è più facile riemergere dai pixel che non da quella massa di idrogeno e ossigeno tutto mischiato insieme. Dall’acqua però vieni fuori tutt’al più zuppo, e se non è zuppo è tutto bagnato, fradicio ma senza essere ubriaco; dalla rete si riemerge ubriachi ma senza essere fradici, dopo aver toccato un po’ di vita altrui, senza mai esserne andati a fondo. Con la rete si possono pescare informazioni, ma si può anche rimanere avviluppati nella rete stessa, mai mandare un esploratore a pescare. Ed è così che mi trovo ad essere immerso tra i complessi di inferiorità, mi trovo a constatare che c’è gente che va in Africa e non vorrebbe più tornare indietro, a trovare persone che leggono, scrivono, disegnano e sono apprezzate, a scoprire di non sapere, ma l’importante è saperlo, e lo diceva anche Socrate, che secondo me internet non l’ha mai visto. Ho bisogno di idee, di scoprire ciò che so fare e ciò che voglio fare. Ho bisogno di un suggerimento dalla vecchia Phoebe. Consolatorio però il fatto che, anche nella rete, rimane un ancora di salvezza: la realtà è là fuori dalla window, ehm, finestra, basta un balzo per andarla a toccare. Meglio uscire dalla porta, però: altrimenti il faccia a faccia con la dura realtà sarebbe un tonfo troppo violento.
