Quando la banda del Moro andò a rapinare coloro che avevano l'oro, costoro, che avevano l'oro, risposero in coro, in forma di motivo canoro, che non avrebbero dato loro il loro oro, perchè quello che era loro era loro, e l'oro era loro. Costoro, cioè quelli della banda del Moro, d'altronde volevano il loro oro, e non vedevano l'ora di avere quell'oro, ed ora la loro ira (pari a quella di un toro) si sfogò su coloro che non volevano cedere ciò che era loro.
Nel deserto del tartaro non si vedeva l’ombra di un dentista, forse anche perché non c’era l’ombra, non essendoci l’ombra di un albero. Sarebbe stata l’ancora di salvezza nel mare della tranquillità, se ci fosse stata, un’oasi di pace con le palme rivolte in su a chiedere acqua! Acqua! Focherello, fuoco! E quindi morta lì, senza aver visto l’ombra di un amico, ma solo l’amico delle amiche che non erano più sole. E’ morta in solitudine dirà un necrologo, il medico dei morti, puntuale come un necrologio svizzero, come la morte e le esentasse.
Ma basta parlare di morte, disse il deserto. Tra le dune soffiava il vento, e spirava da ovest, dicevano: ma non avevamo detto di non parlare di morte? Basta parlare di morte! Pietra sopra, per non dire morta lì, un’altra volta. E così si ricomincia, si rinasce, ma solo dopo due mesi di gesti, tre di gesta, e quattro di digestione, cioè, alla fine, nove di gestazione. Nasce così un frugoletto che dice parto! Ma dove vuoi andare se non sai neanche camminare? Non hai nemmeno gli occhi per piangere, la bocca per ridere: ragazzo sei messo male, non puoi neanche mangiare con gli occhi. Mannò, signora, la testa è dall’altra parte, disse l’oste etrico, già pronto per brindare a una nuova vita. E cominciarono i piagnistei, piagnistesti, i piagnistatte bono, e non erano ancora finiti che cominciò la lallazione, una sorta di inizio musicale alla vita, la solita sol fa. E tra le ultime note si può riportare la crescita dei primi dentini, occorre un dentista ma non c’è: l’avevamo lasciato nel deserto del tartaro, se non ricordo male, ma l’ombra dei ricordi va svanendo.
Piove, piove. Piove sul bagnato, dalla seconda goccia in poi. E fa anche piacere che piova di tanto in tanto, fa piacere prendere una botta d’acqua tornando a casa dopo una giornata di lavoro: non c’è come asciugarsi con un asciugamano di spugna.
I fanali rossi delle macchine si specchiano nell’asfalto, le gocce rimbalzano sulla strada bagnata come nei cartoni animati giapponesi.
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Adesso è tardi, e la pioggia è solo un gocciolio fuori dalla finestra, gocce che rimbalzano sul balcone di sopra per ricadere sul mio, in un incessante stillicidio. Mi piace questo rumore, mi ricorda delle serate in montagna, passate a far niente, perché non c’era niente da fare: non un bar aperto, neanche la televisione si poteva vedere quando pioveva o tirava vento. La pioggia in montagna era capace di far tacere anche Pippo Baudo. Ora no: ci sono le paraboliche, c’è il digitale e c’è sky, un cielo sempre limpido e sereno.
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Una settimana fa tornavo a casa accaldato e sudato: le due docce giornaliere non bastavano: non potrei mai vivere a Lisbona, non mi basterebbero le camicie.