Mi volto a destra e a sinistra e cerco di navigare nell’unico posto dove non è necessario saper nuotare. Non è che i flutti della rete non possano inghiottirti, ma è più facile riemergere dai pixel che non da quella massa di idrogeno e ossigeno tutto mischiato insieme. Dall’acqua però vieni fuori tutt’al più zuppo, e se non è zuppo è tutto bagnato, fradicio ma senza essere ubriaco; dalla rete si riemerge ubriachi ma senza essere fradici, dopo aver toccato un po’ di vita altrui, senza mai esserne andati a fondo. Con la rete si possono pescare informazioni, ma si può anche rimanere avviluppati nella rete stessa, mai mandare un esploratore a pescare. Ed è così che mi trovo ad essere immerso tra i complessi di inferiorità, mi trovo a constatare che c’è gente che va in Africa e non vorrebbe più tornare indietro, a trovare persone che leggono, scrivono, disegnano e sono apprezzate, a scoprire di non sapere, ma l’importante è saperlo, e lo diceva anche Socrate, che secondo me internet non l’ha mai visto. Ho bisogno di idee, di scoprire ciò che so fare e ciò che voglio fare. Ho bisogno di un suggerimento dalla vecchia Phoebe. Consolatorio però il fatto che, anche nella rete, rimane un ancora di salvezza: la realtà è là fuori dalla window, ehm, finestra, basta un balzo per andarla a toccare. Meglio uscire dalla porta, però: altrimenti il faccia a faccia con la dura realtà sarebbe un tonfo troppo violento.
Essere, avere, apparire. Questione di ausiliare, questione di tutta evidenza, questione di mostrarsi, mostrare ciò che si è, cosa si ha, perché si è solo se si ha. Questione di millimetri, di sfumature e sfaccettature, difficile capire i tre ausiliari. Perché il terzo ausiliare c’è ma non si vede, appare e scompare, nel suo essere infido, fallace e perfido, nel non avere nulla di definito: un ausiliare tanto forte da fare il monaco, da non ingannare mai e da comparire nelle grammatiche senza farsi notare. Non risulta, ci vuole far credere: ma risulta, ah! Se risulta.
E’ questione si ausiliare, dunque. Su questo non v’è dubbio: si è quel che si è e si ha quel che si ha, ma è solo questione di punti di vista: alla fine si è ciò che appare, si ha ciò che appare. Un po’ come la storia di questo, codesto e quello: dipende da chi parla e da chi ascolta, o meglio: dipende da chi guarda.
Strettamente e sinuosamente legati, gli ausiliari, spesso non aiutano: complicano, si cerca di avere per essere o perlomeno per poter apparire. E’ questione da sofisti, perché coloro che non vogliono apparire finiscono per apparire più degli altri, forse nel modo che meno desiderano: ci vuole allenamento per sparire nella folla, facendo notare la propria assenza e mostrando così il proprio essere.
L’essere è impalpabile, l’avere concreto, l’apparire un’arma a doppio taglio, tanto pratica quanto pericolosa: chi fa di tutto per mostrarsi così come pensa di essere, in realtà sta già facendo una scelta di apparenza: non se ne esce se si vuole uscirne, un po’ come quelle trappole cinesi per le dita. L’unica è arrendersi e riconoscere che, volenti o nolenti, un negozio si comincia a giudicare dalla vetrina, un libro dalla copertina. Ceteris paribus si prende ciò che paga di più l’occhio, e per quello si è disposti a pagare di più. Spesso si finisce per indulgere sulla sostanza, e si finisce per strapagare gli occhi. Hanno ottimi sindacalisti, gli occhi, e sono tutti nel nostro cervello. L’importante è saperlo: per non sapere di non poter essere sopra le righe di fronte alla signora che appare tra le righe, e con tutte queste righe poi gli occhi si confondono.