Dopo pranzo il mio cervello si spegne. Sono qui che aspetto che venga su il caffè e non mi viene in mente niente, sembra che la mia testa sia tutta piena di trattini e asterischi neri su sfondo bianco, in Times New Roman, disposti alla rinfusa. Un omino vestito di bianco, con un cappello alla “flick” francese, sta facendo pulizia con uno spazzolone vecchia maniera, con manico di legno e setole di saggina.
Mucchi di asterischi e trattini vengono accatastati qua e là, in questo mare bianco, senza fine, ma con alcuni angoli fatti apposta per ammucchiare queste quantità di segni, messi lì come pastina da fare in brodo. Pastina al nero di seppia, se esistesse.
Eccolo il caffè. L’omino si ferma, si appoggia allo spazzolone e si asciuga la fronte con la manica, prima di scomparire insieme a trattini e asterischi.
Sarà per il caffè, sarà per il giornale rosa che ho qui davanti: nel mio cervello Zanetti sta ancora esultando. E mi ha svegliato.

Via la patina cinematografica anni 2000, via l’uso massiccio del computer e degli sfondi verdi: rieccomi davanti a un film anni 70. Affascinanti, scoloriti, forse nati così, forse i colori erano diversi: può essere, io non c’ero, o c’ero per poco, e se c’ero, con tutta probabilità, dormivo, piangevo e consumavo pannolini. Non esistevano ancora ai miei occhi i tre giorni del condor, il giorno dello sciacallo o i quattro dell’oca selvaggia. La mia vita aveva appena avuto il suo C-cogna-day, e mi aspettavano i termendi, imbarazzanti anni ottanta. Per fortuna che c’è Indiana Jones…
Recupero un altro film adesso, trenta anni dopo. E ieri sera, tra paesaggi svizzeri, tra buchi, cioccolato e scarponi durissimi in pelle ho scoperto la terza espressione del volto di Clint Eastwood, “quella con il caschetto”. O ricade sempre in “quella con il cappello”?
E‘ del nulla che stasera voglio parlare, di come la domenica sera diventa lunedì mattina senza che nessuno si accorga di aver passato un week end. Con il nulla si può riempire un intero foglio di carta, un intera enciclopedia, basta volerlo. Se la mole di carta è tanta è meglio usare qualche supporto alternativo, la foresta amazzonica ringrazia: se ogni anno ne va via un pezzo grande come l’Austria, così abbiamo salvato il Liechtenstein.
Chissà com’è Vaduz.
Chissà come si sente uno di Vaduz: deve espatriare anche per prendere il latte o per andare a vedere la partita e non avrà mai una nazionale per la quale fare il tifo ai mondiali. Chissà come lo prende un bambino il fatto di non essere tedesco ma di fare parte di uno stato che non contiene nei suoi confini la lunghezza del suo impronunciabile nome.
Era del nulla che (non) volevo parlare o volevo parlare di qualcosa senza dire nulla (ci sto riuscendo, pare), come fanno i calciatori la domenica sera, potevo girare intorno al nulla facendo finta di raccontare qualcosa, come nelle commedie americane. Porevo riempire qualche riga con degli asterischi ******.
Il nulla è un argomento che tira, va molto quest’anno il nulla. Lo si può mettere in tutte le occasioni, a cene di gala, con papillon e bicchierino in mano; lo si può mettere al pub, tra una birra e l’altra, intorno a un tavolo appiccicoso e inciso da mille chiavi e qualche temperino. Quante mezze parole, segni di interpunzione, disegnini vari, cuori e altre forme anatomiche. Può essere che fra qualche millennio un tavolo da pub diventi la nuova stele di Rosetta. Magari la stele di Rosetta era un tavolo da pub di Atlantide: qualcuno si starà facendo grasse risate.
Quanto nulla che sto raccontando, e si potrebbe andare avanti all’infinito, senza limiti e senza confini, perdendosi nel vasto spazio delle chiacchiere che si fanno, dalle cose che si dicono, ma si perché, ma no dobbiamo vederci, e allora quanto tempo, dov’eri finito! Ci si becca in giro, che fai di bello? Ma lo sai che la Marina ha avuto un bambino, no ma tu pensa, l’ho visto proprio l’altro giorno , il Gianfranco, vedi te che adesso si va a sfasciare un ginocchio giocando a calcetto. Che poi quello là non era mica fuorigioco, ma sai com’è, come vuoi che vada, si tira avanti. A me piace parlare di nulla, divagare, ascoltare i discorsi degli altri sul treno e perdermi tra l’ombra di qualcosa che si è letto e una citazione di un film che si è visto. E per fare ritorno alla concretezza, mi ritufferò nella lettura di chi sa scrivere, ed è già lunedì.
C’è sempre un surplus di biro verdi nei portamatite di tutto il mondo, il verde è sempre l’ultimo colore a finire nella bic quattro-in-uno. Così ho cominciato a scrivere in verde. Un po’ per snobismo, un po’ perché tanto il verde è un colore come un altro. Firmo in verde su distinte in banca. Firmo in verde su registri di presenze. Talvolta anche in marrone, the o seppia, a seconda di come lo chiamano nel negozio dove vado a comperare l’inchiostro: verde e marrone, temo mi stia venendo il complesso dell’albero.
Sulla prima pagina si scrive sempre bene, in bella grafia. La prima pagina non deve mai essere strappata, ma deve essere un buon proposito (mai mantenuto) di proseguire così tutto il quaderno. La stilografica dovrebbe essere d’obbligo, ma sono mancino e non so che effetto (e che rumore) potrebbe produrre il pennino sullo schermo del (più o meno) mio portatile, per cui scrivo con la tastiera, in verde, dattiloscritto: chi ben comincia è a metà dell’opera,chi mal comincia è come se non avesse cominciato, chi comincia così così, comincia.